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L'edificio
che lo ospita era l'antico "Ospedale dei Pellegrini",
dipendente dalla Congregazione di Carità di Rimini, la cui
costruzione venne avviata nel 1584; le varie stanze in cui era divisocomprendevano
un dormitorio con 10 posti letto per gli uomini, ed un altro per
le donne, oltre alla cucina ed ad un ambiente che fungeva da locanda
e da accoglienza.
Attivo fino al XIX sec., nel 1839 fu trasformato in Caserma,
nel 1931 fu progettata la nuova sistemzione, che è stata
pienamente rispettata dal recente restauro e recupero architettonico.
L'antico ospedale accoglie oggi al proprio interno il Museo della
Regina, erede del primo Museo Civico di Cattolica, che
ebbe la sua sede originaria presso il Palazzo Comunale e, dal 1984,
presso il Centro Culturale Polivalente, dove vennero istituite
le due sezioni, archeologica e di marineria;
l'attuale esposizione, riorganizzata secondo criteri didattici e
scientifici, mantiene integre le due sezioni, potenziandone i percorsi
e gli apparati didascalici e illustrativi.
La
realizzazione del nuovo Museo cittadino è stata voluta
dall'Amministrazione Comunale di Cattolica con il significativo
concorso finanziario statale della Legge n. 270/97 relativa ai "Fondi
Giubileo".
L'intervento sull'edificio, destinato sino a pochi anni fa a Caserma
dei Carabinieri, ha comportato tutta una serie di opere al fine
di renderlo funzionale alla nuova destinazione d'uso, attraverso
il recupero ed il restauro (ove possibile) dell'esistente, il consolidamento
e la messa a norma secondo le più avanzate direttive europee
in campo museale.
In
particolare dal punto di vista architettonico, la scelta
principale è stata quella di demolire tutte le superfetazioni
esistenti nella parte interna dello stabile (lato giardino) sostituendole
con un nuovo edificio che ospita parte delle sale e delle scale
di servizio/emergenza.
La
nuova ala richiama in parte, per dettagli architettonici
e materiali, l'edificio principale, evidenziando però il
suo distacco tramite una asola vetrata e colori contrastanti, nonché
l'evidenziazione della struttura portante in ferro.
Sull'edificio
storico, oggeto anche esso di diversi interventi, modifiche,
ampliamenti nel corso dei secoli, si è appurato un accurato
restauro del piano terra, cercando di evidenziare le porzioni originarie,
ripulendo e recuperando i piani superiori, sempre mantenendo gli
elementi originari degni di rilievo (archi murari, cornicione, principali
murature interne, ecc.).
L'uso
dei materiali (pavimentazioni in cotto, tetto in legno, infissi
in legno, intonaci in pasta di colori tipici locali, sestini e pietra
serena per l'esterno ecc.) ha teso a rendere l'equilibrio e l'atmosfera
dell'edificio storico ed un suo corretto inserimento nel contesto
urbano.
Particolare
rilevanza ha avuto la creazione di tutti gli impianti, ordinari
e specialistici (illuminazione, climatizzazione, sicurezza ecc.)
rispondenti alle esigenze normative e funzionali.
Si è ricercato, nella distribuzione degli spazi, un
corretto collegamento, fisico e gestionale, con l'adiacente Galleria
Santa Croce, destinata a mostre temporanee, che tornerà
così a costituire un unico complesso con l'originario Ospedale
dei Pellegrini.
Infine
si è recuperato lo spazio esterno creando un giardino
che potrà assolvere anche alla funzione di spazio espositivo
all'aperto, area per concerti e varie iniziative.
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La
funzionaria
della Soprintendenza "recatasi sul posto venerdì 29
aprile 1966, ha constatato che affioravano a metri 1,60 di profondità
dal piano di campagna avanzi di muri romani di discreta fattura
da attribuirsi ad una domus di età imperiale".
Sette anni dopo i primi rinvenimenti, nel 1973, veniva inaugurato
il Museo Civico di Cattolica che, in questa sua prima fase
di vita, ebbe carattere esclusivamente di antiquarium.
Gli
scavi del 1966 nella ex Piazza del Mercato Ortofrutticolo, cui seguirono
in anni un poco più recenti quelli di casa Filippini-De'
Nicolò, hanno restituito l'immagine, inedita ed inattesa,
di un piccolo borgo sorto alla fine dell'età romano-repubblicana
e sviluppatosi tra il primo e il medio impero, la cui vita dovette
essere fortemente condizionata dalla via Flaminia: e forse proprio
ad una mansio, ad un luogo cioè per la sosta di uomini e
di animali, corrispondono i resti murari ancora visibili in città.
Dell'antico
insediamento restano le stoviglie della cucina come quella della
dispensa e della mensa: piatti, coppe e ciotole decorate e rivestite
da vernici rosse e rosso coralline, vetri, piccoli oggetti in metallo,
lucerne, intonaci e tracce dei pavimenti e delle strutture murarie,
le anfore dal mare e bottiglie, boccali, bicchieri della locanda
come della casa; e ancora piccoli oggetti di tutti i giorni, attraverso
i quali possiamo immaginare le forme della quotidianità e
della vita in un passato ormai remoto.
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Nel
1985 fu organizzata dal Centro Culturale Polivalente e dall'Istituto
Beni Culturali della Regione Emilia Romagna un'importante mostra
dal titolo "Barche e gente dell'Adriatico: 1400-1900",
curata da Maria Lucia de Nicolò e da Umberto Spadoni.
La
mostra costituì il punto di partenza per la formazione di
una raccolta documentaria sui caratteri e le forme della cultura
marinara adriatica e romagnola in particolare.
I materiali furono riordinati ed integrati per un'esposizione permanente,
che si è arricchita nel tempo.
La
nuova configurazione museografica conserva le tracce di questo percorso
all'interno di una nuova dimensione didattica e propedeutica alla
conoscenza di saperi propri di un'arte navale e di una civiltà
non ancora esaurite.
La raccolta comprende tra l'altro preziosi pezzi unici quali
modelli di imbarcazioni di varie dimensioni e di diverse epoche
storiche: dalle riproduzioni in scala della barca di Logonovo (fine
sec. XIV), al burchio rinascimentale, al tartanone cinquecentesco,
alla cocca di Sigismondo Malatesta (1452).
Notevoli i grandi modelli che riproducono lo scheletro di
un trabaccolo, un barchetto, un motopeschereccio, una lancetta,
un trabaccolo da carico.
Non
meno interessante il repertorio degli attrezzi da cantiere,
tra cui una splendida sega a nastro degli anni '30 e, non ultimo,
un raro esemplare di motore dei primissimi decenni del novecento,
documento straordinario delle trasformazioni e dei mutamenti radicali
delle imbarcazioni, ma non di meno della navigazione e della pesca.
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