Il ciclo delle festività natalizie in varie
parti d’Europa si fa iniziare, grosso modo con la ricorrenza
di San Martino (11 novembre). Esso comprende poi la ricorrenza
di S. Caterina (25 novembre), di S. Niccolò (6 dicembre),
della Immacolata (8 dicembre) di S. Lucia (13 dicembre), le quattro
domeniche dell’Avvento, il Natale (24-25 dicembre), il giorno
di S. Stefano (26 dicembre), S. Silvestro (31 dicembre), capodanno
e l’Epifania (6 gennaio). Come è sempre stato fin
dai tempi più remoti, le feste sono occasione di riti culinari
legati alla tradizione.
Sull’origine e sul significato simbolico
dei cibi della festa si ritrovano tracce già nelle epoche
antiche: credenze pagane filtrate poi da motivi cristiani, richiami
a sacrifici di varia natura, al culto dei morti e a riti propiziatori
della fertilità. Le pratiche di cucina tradizionali della
pasticceria del Natale delle varie regioni d’Europa trovano
una nota comune nella produzione dei pani dolci, definizione con
la quale si riconoscono quei tipi di pane, dolce, biscottato o
tipo brioche, ai quali si danno forme particolari, scaramantiche
e propiziatorie: omini, donnine, santi, personaggi fiabeschi, animali,
stelle, luna, costellazioni, simboli astratti. Fra queste le più comuni
e usate per dar forma ai dolci sono la corona o la ruota, a richiamare
il sole. Si tratta insomma di cibi rituali, che un tempo venivano
preparati seguendo una precisa gestualità
e l’utilizzo di ingredienti simbolici, espressione di un
culto della fertilità.
Il pane di Natale, per esempio, è una consuetudine
che si mantiene un po’ ovunque con nomi che variano da regione
a regione: pan pepato, panforte, panone, pan di miele, pan speziato,
pan nociato, pan vinesco, panettone, pinza, pan giallo, pan di
mandorle ecc. In molti di questi dolci prevale come ingrediente
il miele, a dimostrazione dell’antichità della ricetta.
Il miele infatti, almeno fino al cinquecento, risultava la sostanza
dolcificante di uso popolare, al posto dello zucchero. Elemento
caratterizzante del pane della festa è poi la presenza di
spezie, ingrediente particolarmente costoso, che, potendone disporre,
rappresentava in un certo senso un simbolo di stato sociale. Ecco
allora apparire fra le sostanze dell’impasto un pizzico di
pepe, cardamomo, chiodi di garofano, noce moscata, zenzero, zafferano,
vaniglia. Le origini di queste ricette vanno ricercate nelle cucine
dei conventi e dei ceti agiati. La ricchezza di aromi è tipica
dei dolci dell’inverno e in particolare del periodo natalizio.
Stelle e “bretzel” alla cannella dei paesi scandinavi
trovano un contraltare nelle regioni del centro Europa nei biscotti
al coriandolo, al cardamomo, allo zenzero, nella treccia allo zafferano
o nei nastri all’anice e nel riccio alle spezie, con miele,
cannella, chiodi di garofano, anice, fiore di macis e vaniglia
confezionato nei cantoni della Svizzera. In Germania invece ed
anche più a sud, fra i regali da far trovare ai bimbi sotto
il grande albero o accanto alla culla del Bambinello il giorno
di Natale non possono mancare i dolcetti di marzapane, considerato
da secoli una leccornia tra le più
fini e gradite. Per confezionarlo, di qualunque tipo sia, servono
mandorle, zucchero e acque di rose.
Si inseriscono qui solo alcune ricette dei pani dolci di Natale.
Puglia
Panvinesco
Si tratta di un dolce natalizio fatto con vino ristretto in cottura,
nel quale poi si versa a pioggia come per la polenta, semolino
di grana molto fine. Si cuoce ancora, sempre mescolando e, quando
si stacca dalle pareti della casseruola, si versa e si lascia raffreddare
in stampi.
Veneto
Pan de miel
Ingredienti: 200g di farina, 200g di miele, 350g di zucchero, un
cucchiaio e mezzo di semi di anice, una tazza di latte, bicarbonato,
maraschino, canditi a piccoli pezzi. Mescolare la farina con i
semi di anice e, a parte, preparare il latte bollente in cui avrete
sciolto 2 cucchiaini di bicarbonato e unito il miele e 2/3 dello
zucchero. Appena il composto così ottenuto sarà
raffreddato aggiungetelo poco alla volta alla farina fino ad ottenere
una pasta omogenea e piuttosto molle. Versare la pasta in una teglia
imburrata e ponetela in forno preriscaldato a 180°
per 45 minuti. Sfornatela fredda e preparate la copertura sciogliendo
in acqua il restante zucchero in un bicchierino, fino a ottenere
una glassa densa. Aiutandovi con la lama di un coltello stendete
la glassa su tutto il dolce, compresi i bordi e decorate con i
canditi sminuzzati. Avrete così realizzato un dolce di Natale
di origine veneziana, antichissimo e quasi dimenticato.
Romagna
Panpepato
Ingredienti: 200 gr di farina, 100 gr di mandorle, 100 gr di miele,
100 gr di cacao in polvere, 100 gr di frutta candita tagliuzzata,
2 gr di cannella, 2 gr di chiodi di garofano tritati, 80 gr di
cioccolato fondente. Impastate in acqua tiepida o latte gli ingredienti
indicati e lavorate a lungo, fino ad ottenere un composto abbastanza
sodo. Formate il pampepato, dandogli la caratteristica forma a
calotta. Cuocetelo in forno, con la massima attenzione, perché
se brucia prende l'amaro, e lasciatelo riposare in luogo fresco
e umido per 10 giorni. Trascorso questo tempo, ricopritelo con
il cioccolato fondente, precedentemente fuso.
Toscana
Panforte
Sciogliere a calore moderato in una casseruola 150g. di miele e
150g. di zucchero; togliere il composto dal fuoco quando una sua
goccia gettata in acqua fredda si rassoda formando una pallina
morbida. Unire al composto 100g. di mandorle, 100g. di nocciole
e 50g. di noci, tutte spellate, tostate e tagliate a filetti. Unire
anche un cucchiaio di cacao amaro, un pizzico di cannella, vaniglia,
noce moscata e chiodi di garofano in polvere, e 60g. di farina.
Amalgamare infine 100g di zucca candita, tagliata a dadini. Foderare
completamente con ostie uno stampo a bordi bassi e del diametro
di 20-22 cm.; servarvi il composto livellandolo e spolverizzare
la superficie con un miscuglio formato da un cucchiaino di cannella,
un cucchiaio di farina e due cucchiai di zucchero a velo. Cuocere
in forno già caldo a 160° per circa mezz’ora.
Fare raffreddare il panforte, sfornarlo e spolverizzarlo con altro
abbondante zucchero a velo.
Lazio e Umbria
Pangiallo
Ingredienti: 100g uvetta, 250g mandorle, 75g gherigli di noce,
50g nocciole tostate, 100g frutta candida, 150g fichi secchi, 125g
pinoli, 50g cioccolato fondente, 100g miele, 100g pasta da pane,
50g olio d'oliva extra vergine, 330g di farina, 3 uova, 1 albume,
sale, spezie miste quanto basta, 1 pizzico di cacao, 2 cucchiai
di rhum, 2 cucchiai di zucchero. Mettete in ammollo l'uvetta. Tagliuzzate
a metà le mandorle pelate.Sminuzzate i gherigli di noce.Tritate
le nocciole tostate e la frutta candita. Affettate i fichi secchi.
Grattugiate il cioccolato fondente. Fate sciogliere il miele. Aggiungeteci
il cioccolato mantenetelo in caldo a bagnomaria. Sistemate in una
bacinella la pasta da pane a pezzetti. Unire l’olio e un
po’ d’acqua tiepida. Aggiungete 300 gr. di farina,
un pizzico di sale e un uovo. Incorporateci tutta la frutta secca
e candita preparata in precedenza. Amalgamateci i pinoli, un pizzico
di spezie miste, un cucchiaio di cacao. Insaporite con il rhum
e il miele. Lavorate bene. Formate un panetto. Mettetelo a riposare
per un'ora. Aggiungere le rimanenti uova e la restante farina,
unite un cucchiaio di zucchero e uno di cacao. Imburrate una teglia
rotonda. Adagiateci il panetto. Ricopritelo con la glassa. Cuocere
in forno caldo a 180° per un’ora e servire freddo.
Emilia
Panone
Disporre a fontana 400g. di farina mescolata in precedenza con
150g di zucchero. Porvi al centro 150g. di burro ammorbidito e
a pezzetti e due uova. Sciogliere in mezzo bicchiere di latte tiepido
8g di cremortartaro e 6g di bicarbonato, unirli agli altri ingredienti.
Impastare aggiungendo altro latte tiepido fino ad avere una pasta
morbida. Amalgamarvi 70g di uvetta fatta rinvenire in acqua tiepida,
strizzata e infarinata, e 30g di cedro e scorza di arancia canditi.
Dare alla pasta la forma di una pagnotta e infornarla subito nel
forno già caldo a 190°. Cuocere il panettone per circa
45 minuti.
CATTOLICA | L'ANTICO DOLCE DELLA VIGILIA
DI NATALE, IL MIACETTO
Il miacetto è il dolce
della Vigilia, e parrebbe tradire un’origine molto antica
con un’evoluzione nel tempo assai significativa dell’influenza
del precetto religioso cristiano riguardo all’osservanza,
nei giorni di astinenza, dai derivati animali e di alcune avvenute
modifiche alla ricetta originaria per l’aggiunta via via
di altri ingredienti importati da altre aree geografiche. La composizione
di partenza trova una forte analogia con il pane di mosto, uno
dei dolci più
antichi della tradizione italiana. Dolce propiziatorio, durante
il medioevo era andato a costituire una variante “magra”,
speziata, del sanguinaccio, la classica torta con sangue di maiale
dolcificata con l’abbondante aggiunta di uva passita e miele.
La novità medievale era data dalla presenza dello zucchero
di canna (ingrediente costoso introdotto nel Mediterraneo solo
nel XII secolo ed utilizzato in origine come medicinale) e delle
spezie, più precisamente della cannella, il cui uso prende
a diffondersi nella cucina romagnola fra Tre-Quattrocento grazie
agli intensi e continui rapporti con Venezia e quindi indirettamente
con l’Oriente. Fondamentalmente si tratta insomma di un migliaccio,
un miscuglio di frutta secca, mandorle, pinoli, nocciole, noci,
abbondante uva passa preventivamente ammollata in acqua, zucchero
e miele, con l’aggiunta di scorze tritate di agrumi e una
presa di cannella in polvere, poi addensato con l’inserimento
di farina di crusca e cotto in forno ad alta temperatura. Il dolce,
di colore piuttosto scuro, una volta raffreddato va poi pennellato
con miele sciolto e guarnito con una manciata di pinoli e una spruzzata
di zucchero semolato. Il miacetto, documentato nella cucina medievale
veneziana (migliacito), ma anche nella cucina di corte dei Malatesta
di Rimini, trattiene comunque molti dei simboli di prosperità propri
della cucina rituale della Roma antica: l’uva appassita assicura
abbondanza e benessere perché con i suoi aurei acini richiama
le monete; mandorle, noci, miele garantiscono il vaticinio; pinoli,
dentro e anche sopra il dolce come ornamento, sono simbolo di immortalità
e della rigenerazione della vita, perché frutto del pino,
pianta sacra a Giove e alla dea della natura Cibele. Sempre riferendoci
al pinolo, il frutto mantiene poi una sua sacralità anche
nella simbologia cristiana perché la tradizione vuole che
all’interno del tronco del pino sia racchiusa la forma di
una mano, quella di Gesù bambino che avrebbe trovato rifugio
proprio sotto un pino nella fuga in Egitto. L’aroma degli
agrumi e le spezie poi vale a richiamare salute, felicità
e abbondanza. Una variante alla composizione antica, rilevata nelle
ricette delle famiglie del quartiere per porto, è
rappresentata infine dalla presenza fra gli ingredienti di cacao
amaro. La pianta, importata dall’America nel primo Cinquecento
e divenuto genere di drogheria nel secolo successivo, è
subentrata nel consumo popolare molto più tardi, probabilmente
nell’Ottocento.
MIACETTO
Si fa solo a Cattolica, “Dal port a li culonie” (dal
porto alle colonie). Lo storico Maria Lucia De Nicolò lo
ha raccontato in suo saggio, che la pasticceria Staccoli riporta
nel cartiglio che accompagna il dolce natalizio per antonomasia.
Il miacetto, il dolce del mare che si fa solo a Cattolica, amano
dire, con orgoglio, i cattolichini.
Maria Lucia De Nicolò, storico rigoroso, ne ha fatto un
bel ritratto. “Il miacetto, scrive, la cui etimologia è stata
spiegata da alcuni come torta formata da mille acini, da altri
come derivazione di mnàcia, mosto, è il dolce della
Vigilia di Natale. Come tale, infatti, è ricordato ancora
in molte delle più vecchie famiglie del paese che ne conservano
le ricette centenarie, a volte con l'aggiunta nel tempo di piccole
varianti dovute ad inclinazioni di gusto. Un dolce di magro quindi,
perché tra i suoi ingredienti non vi è nulla che
possa guastare la Vigilia.
Nonostante presenti, per l'aspetto e per i prodotti impiegati
nella sua preparazione, una certa somiglianza con altri dolci tipici
regionali come il panforte toscano, la certosa bolognese, il pan
pepato di Modena ed altri dolci veneti e lombardi, si distingue
nettamente da questi per la quasi totale assenza delle spezie,
sostituite invece dallo squisito aroma prodotto dall'amalgama della
scorza tritata di giuste dosi di aranci e limoni.
Come è noto Cattolica fu da tempi molto antichi un centro
la cui economia era legata al passo, cioè al transito di
viaggiatori e pellegrini, tanto da essere definita nel Cinquecento
contrada di taverne, ed è logico che la sua popolazione
curasse la gastronomia per cui il miacetto potrebbe essere nato
per offrire durante l'Avvento, tempo di astinenza, un dolce sorpresa
per il viaggiatore.
Così, rimanendo proibiti altri dolci caratteristici come
il ciambellone, i braciadelli, le frittelle, il casadello e dovendo
strettamente attenersi ad un regime di magro, cioè privo
di carni, condimenti e grassi come lardo e strutto, formaggi, latte,
burro e anche uova, si riuscì ugualmente a creare un dolce
squisito. Nella sua preparazione confluirono non solo motivazioni
morali e sociali, ma elementi di interrelazione con civiltà gastronomiche
di altri popoli mediterranei che senz'altro qui, luogo di confine
tra Marche e Romagna e porto naturale, da tempi remoti possono
aver trovato una meta per gli scambi e per la sosta nella navigazione
di piccolo cabotaggio lungo la costa adriatica.
Alle mandorle e alle noci tritate, frutti coltivati abbondantemente
nella nostra campagna fino all'epoca moderna, si pensò di
aggiungere uva passa, oltre alla scorza di agrumi tritata ed ancora
pinoli (che potevano essere facilmente importati delle vicine pinete
di Ravenna). Il tutto venne legato con miele (componente tipico
dei dolci greci), acqua, olio (unico condimento permesso in tempo
di Vigilia) e rùmgiulén che potrebbe definirsi un
tipo di farina integrale.
Un dolce di mare lo definirei, perché in esso confluiscono
i contatti avuti nel tempo con genti e tradizioni provenienti dal
mare e che sono entrati a far parte del patrimonio non solo gastronomico,
ma etnico del paese; è veramente un dolce tradizionale,
e la sua preparazione non sorpassa i confini naturali della città,
che rimangono il Tavollo a sud e il Conca a nord e che delimitano
l'isola di conoscenza e di degustazione del miacetto”.
I Sapori dell’inverno e i piatti tipici dell’Avvento
In passeggiata attraverso la città per godere una mostra
di allegorie, di riti e simboli del Natale ricostruiti, attraverso
immagini e scenografie, nelle vetrine dei negozi lungo le vie cittadine.
Un itinerario che immette in una magica atmosfera, fatta di suggestioni,
colori, profumi e sapori. Passando da una vetrina all’altra
si potranno raccogliere poi le ricette dei tipici dolci natalizi
delle diverse regioni italiane ed europee. In alcuni ristoranti
verranno proposti per tutto il periodo natalizio i piatti della
tradizione: minestre e pietanze della vigilia, i cibi della festa
e, naturalmente i dolci più rappresentativi di questo territorio
a cavallo tra Marche e Romagna.